29/12/07

Dalai Lama in Italia

La Redazione
Una vignetta significativa di Darix, in riferimento alla visita, avvenuta nei giorni scorsi, in Italia del Dalai Lama, passata sotto silenzio e con la condanna cinese...

28/12/07

L'Europa verso licenziamenti più flessibili

di Marco Cottignoli
E’ inutile farsi inutili speranze.
E’ del tutto fuorviante credere che la politica e l’economia lavorino per fare crescere socialmente l’Europa, per creare maggior occupazione, per trasformare i lavori precari in stabili, per aumentare il salario minimo, per incrementare le pensioni più basse.
Solamente una decina di giorni fa il Consiglio europeo ha pubblicato l‘ennesimo documento sulla flexicurity, affermando che la protezione e la stabilità del lavoro non sono abbastanza moderni e che sono un ostacolo alle prestazioni economiche per contrastare le sfide della globalizzazione.
La Commissione mirerebbe a soluzioni contrattuali flessibili, accompagnate da modalità di protezione sociale che garantiscano un adeguato sostegno durante i periodi di disoccupazione, azioni preventive di educazione permanente, agenzie del lavoro funzionanti, intendendo, in tale maniera, ridurre il divario tra coloro che hanno una occupazione a tempo indeterminato, i garantiti, ed i precari. In pratica abbattimento delle residue tutele lavorative ancora esistenti ed estremizzazione della libertà di assunzione temporanea o della facilità di licenziamento.
Questa la strategia comunitaria messa in atto con la vergognosa scusa di agevolare la mobilità, l’occupazione e l’adattabilità dei lavoratori. Un progetto dequalificante per i lavoratori europei, destinati a diventare succubi di contratti capestro, senza garanzie né sicurezze, e costretti meramente ad adattarsi alle esigenze del mercato e non, invece, a riqualificarsi con opportuni corsi di aggiornamento. Il piano è questo; ridurre precari tutti i lavoratori, rendendoli tutti supinamente disponibili a tempo, se e quando servono.
Questo l’auspicio di Bruxelles che afferma che la precarietà e la temporaneità dei posti di lavoro sono causati principalmente dalla rigidità delle tutele del lavoro stabile ed a tempo indeterminato! In cosa consiste la tutela per i lavoratori, così tanto propagandata con la flexicurity? La proposta dei burocrati europei sembra piuttosto quella la demolizione del modello sociale europeo. Tuttavia ci sembra che la tendenza generale, soprattutto dopo la nefasta legge Bolkestein, sia quella di aprire sempre più alle liberalizzazioni nel mondo del lavoro. La cupa sensazione è che si cerchi di favorire sempre e comunque gli interessi del mondo economico come se questi dovessero coincidere con il bene di tutti. Il problema fondamentale risiede proprio nella ricetta economica imposta al mondo del lavoro negli ultimi anni: la flessibilità, cioè il precariato protratto e continuativo. Le aziende hanno sicuramente tratto notevoli vantaggi da questo sistema, assumendo giovani lavoratori a tempo ed eliminando quelli più anziani sindacalizzati.
Questo modello ha garantito sicuri vantaggi economici alle industrie ma ha annichilito le certezze lavorative, economiche e di progetti di vita di milioni di lavoratori. Intanto in Spagna, dopo anni di flessibilità e di lavoro precario, si segnala una sintomatica tendenza all’impiego del tempo indeterminato: nei primi tre mesi dell’anno 812.900 nuovi posti fissi, con una crescita del 9,8% rispetto all’anno precedente mentre il lavoro temporaneo è diminuito del 1,6%, con 69.100 posti in meno. Una strada che dovremmo seguire anche da noi.
Marco Cottignoli, nato a Trieste nel 1968, è giornalista pubblicista e scrittore. Coordinatore regionale Friuli Venezia Giulia del Fronte Verde. Laureato in filosofia con specializzazione in tradizioni popolari. Nel 1988 vince il premio speciale nel concorso nazionale di poesia “Umberto Saba”; è presente nella relativa antologia “Venti poeti per Umberto Saba” (A.C. Exploit des Arts ed.); nel 1998 è finalista nella sezione silloge al Premio internazionale di Poesia “Golfo di Patti” ed è presente nella relativa antologia di poesia; una sua poesia è pubblicata nell’Agenda Poetica 1999 (Nicola Calabria ed.). Sta completando una ricerca sul campo delle tradizioni orali popolari a Trieste.

21/12/07

Solstizio d'Inverno: storia e tradizione

di Vincenzo Galizia

Il Solstizio d'Inverno cade tra il 21 e il 22 dicembre, questa data coincide con il giorno più corto dell'anno e con la notte più lunga. Il Sole è al nadir, il punto più basso che tocca sulla linea dell'orizzonte rispetto al parallelo locale. Da questo giorno il suo potere comincerà a crescere, a rinascere e per questo i popoli dell'antichità celebravano il ritorno del figlio della promessa
Il Natale è la versione cristiana della rinascita del sole, fissato secondo la tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352) per il duplice scopo di celebrare la nascita del Cristo come "Sole di giustizia" e creare una celebrazione alternativa alla più popolare festa pagana.
I popoli antichi, da sempre festeggiavano il Solstizio, come i Saturnali della Roma antica, Alban Arthan (la Luce di Artù) nella tradizione druidica, o Yule in quella Germanica, ed altre ancora nelle tradizioni dei popoli dell'emisfero boreale.
I Saturnali affondano le radici negli arcaici riti di rinnovamento legati al solstizio d'inverno, quando il Vecchio Sole moriva per rinascere Sole Fanciullo e Saturno era il dio che presiedeva l'Avvento del Natale del Sole Invitto, intendendo il Sole non in senso naturalistico, bensì essenza ed epifania del dio Creatore e Vivificatore. Sarebbe oltremodo riduttivo e svilente considerare i Saturnali semplicemente delle festività più o meno allegre e licenziose, così come una certa tradizione cristiana ha contribuito a far credere. I Saturnali, in effetti, esprimono un profondo pensiero religioso la cui essenza risale alla Notte dei Tempi, a quella Notte di cui auspicavano il ritorno, illuminata dalla Luce di un Fanciullo Divino. Per poter penetrare nell'effettiva natura spirituale dei Saturnali occorre risalire la corrente del Tempo sino alle leggendarie origini di Roma, quando i suoi miti s'intrecciano con quelli di un'altra epica città, cioè Troia. A Roma si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, come stabilito dall'Imperatore Domiziano. Alban Arthuan, rappresenta nella tradizione druidica un momento in cui possiamo aprirci alle forze dell’ispirazione e del concepimento. Tutto attorno a noi è oscurità. La nostra sola guida è Arturo, l’Orsa Maggiore, la Stella Polare. Nel silenzio della notte nasce l’ispirazione. Tanto la festività che la funzione sono collocate al Nord, il regno della morte e del mezzo inverno. Il cuore della cerimonia è la conclusione rituale del lutto per la morte della luce, in qualunque forma divina o astratta venga percepita. L’anno che si è avvicinato alla fine con l’arrivo dell’inverno, portando con se il caos e l’incertezza dell’oscurità, ora viene lasciato alle spalle. Il miracolo della nascita ha fermato lo scorrere verso l’oscurità: il flusso si è invertito. La germanica Yule o Farlas, è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Il Re Oscuro, il Vecchio Sole, muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce dall'utero della Dea: all'alba la Grande Madre Terra dá alla luce il Sole Dio. La pianta sacra del Solstizio d'Inverno è il vischio, pianta simbolo della vita in quanto le sue bacche bianche e traslucide somigliano allo sperma maschile. Il vischio, pianta sacra ai druidi, era considerata una pianta discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina. Buon solstizio a tutti.
Vincenzo Galizia, nato a Roma nel 1978, Presidente nazionale e fondatore del movimento politico ecologico "Fronte Verde". Da una sua idea è nato il blog di informazione "Freccia Verde" di cui è Direttore politico. Collabora o ha collaborato con numerosi periodici di politica, cultura, ecologia e tradizioni, tra i quali il quotidiano "Linea", il mensile "L'Officina" e "L'Antagonista".

20/12/07

Sioux: non siamo più cittadini americani

La Redazione
Gli indiani pellerossa rialzano la testa nei confronti degli yankee invasori, dissotterrano l'ascia di guerra.
I Sioux-Lakota, il popolo di Toro Seduto e Cavallo Pazzo, si sono ritirati dai trattati di pace che i loro antenati avevano firmato con il Governo di Washington più di 150 anni fa. Russel Means un rappresentante della tribù, in una conferenza stampa ha così dichiarato: "Non siamo più cittadini degli Stati Uniti d'America e tutti coloro che vivono nelle regioni dei cinque Stati su cui si estende il nostro territorio sono liberi di unirsi con noi". Un messaggio ufficiale al Dipartimento di Stato americano è stato inviato da I Sioux-Lakota dove è stato precisato che ci sarà la consegna di un passaporto a tutti i pellerossa che rinunceranno alla cittadinanza statunitense.
Il gesto anche se può apparire come una provocazione, nasconde un effettivo e sentito disagio da parte dei Nativi d'America. Secondo i rappresentanti della tribù, i trattati firmati con gli USA "sono parole senza valore su carta senza valore e sono stati violati a più riprese per privarci della nostra cultura e delle nostre usanze e per rubare la nostra terra." Phylis Young militante della causa dei Nativi ha affermato "abbiamo sottoscritto 33 trattati con gli Stati Uniti che non sono stati rispettati."
La Young ha contribuito all'organizzazione della prima conferenza internazionale sui diritti degli Indiani d'America nel 1977.

18/12/07

Eco-Regali: nuova tradizione natalizia

di Vincenzo Galizia


Una nuova tradizione sta prendendo sempre più piede nelle famiglie italiane, quella degli eco-doni natalizi. Anche in questo Natale 2007 gli eco-regali impazzano, prodotti del mercato equo e solidale oppure contributi a campagne in difesa di specie in estinzione. In prima fila come da anni il Wwf con un suo catalogo, con le t-shirt classiche e con la possibilità di "adottare" a distanza animali simbolo come il panda e la tigre, così come Legambiente dove i prodotti più gettonati sono le felpe e le magliette e Greenpeace con il suo "greenmarket" e sullo slogan "un regalo a te e al Pianeta", offre articoli vari realizzati in materie prime certificate dall'uso di tecniche di produzione a basso impatto ambientale, tazze artigianali, tutine e bavaglini di cotone biologico con l'immagine di balene e pinguini, le t-shirt con balene e foreste. Inoltre tutti i prodotti del greenmarket hanno un certificato di non tossicità di inchiostri e tessuti.
Biglietti d'auguri, collane e braccialetti solidali anche per la Lav, che offre anche l'adozione a distanza di uno degli oltre 100 cani salvati dai combattimenti.
Ed infine Lifegate propone come suo slogan "non accontentarti di un albero: regala un foresta" che consente di "donare" simbolicamente una porzione di foresta della Costa Rica e dell'Italia.
Sperando che non finisca con il Natale, ma che si diventi più sensibili alle problematiche ambientali, anche per tutto il resto dell'anno.
Vincenzo Galizia, nato a Roma nel 1978, Presidente nazionale e fondatore del movimento politico ecologico "Fronte Verde". Da una sua idea è nato il blog di informazione "Freccia Verde" di cui è Direttore politico. Collabora o ha collaborato con numerosi periodici di politica, cultura, ecologia e tradizioni, tra i quali il quotidiano "Linea", il mensile "L'Officina" e "L'Antagonista".

17/12/07

Aderisci!

15/12/07

Eva Mendes nuda per Peta

La Redazione

La bellissima attrice texana ma di origine cubana Eva Mendes si è spogliata davanti all’obiettivo del fotografo Don Flood per una buona e condivisibile causa dell'associazione americana animalista Peta, come la lotta contro le pellicce. Appoggiamo la decisione della Mendes e ci godiamo la foto.

09/12/07

L’Ogm diventa biologico

di Marco Cottignoli

Le potenti lobby del transgenico riescono nell’intento dicontaminare i cibi biologici in Europa?

Il mercato dell’alimentazione è uno dei settori fondamentali ed inesauribili dell’economia mondiale, soprattutto per le potenti multinazionali che ne traggono inesauribili ricchezze e vantaggi senza offrire, spesso, ai consumatori cibi integri e sani. In parole semplici gli interessi di tutti vengono subordinati agli interessi particolari: il Wto determina, i governi applicano, le aziende prolificano.
La sfida è terribile ed imponente. Davanti a questo colosso economico ed industriale che ha trasformato la globalizzazione del mercato in un grande affare per le multinazionali dell'agroalimentare, sembra non esserci nessuna difesa per i consumatori e per le varie identità culturali. Anzi l'apertura sommaria del mercato europeo ai cibi-tecnologici, provenienti da Canada, USA e Argentina, ha cambiato la nostra dieta quotidiana: fragole con l'antigelo incorporato grazie ad un gene estrapolato dal dna di un pesce dell’Artico che si possono coltivare anche nel ghiaccio, pomodori che non marciscono…Il fatto davvero preoccupante è che qualche settimana fa l'Unione Europea, precisamente la Commissione Agricoltura, si è pronunciata a favore dell’introduzione di una soglia di contaminazione ogm nei prodotti bio pari allo 0,9%, con l'appoggio inspiegabile dei distributori del biologico.
La decisione finale spetta al Parlamento Europeo ma lasituazione è certamente grave. La potentissima lobby degli ogm sembra aver vinto grazie anche all’esecutivo di Barroso notatosi finora per l’estrema sensibilità verso l’industria ed i poteri forti. In pratica se passerà tale proposta anche nei prodotti biologici si potrà consentire fino allo 0,9% di contaminazione con organismi geneticamente modificati anche se, paradossalmente, continueremo a chiamarli biologici. Un vero e proprio piano per distruggere il mercato in continua espansione del biologico e per avvilire la fiducia dei consumatori. Inquesta situazione le aziende multinazionali stanno facendo una forte pressione per far passare il principio che i cibi transgenici rappresentano una nuova soluzione al problema della fame mentre invece ne rappresentano l'aggravarsi dellesue cause. Le multinazionali rappresentano una forma indiscussa di potere, di dominio e di controllo globale sugli alimenti, sugli agricoltori ed anche sulla sovranità alimentare di ogni singolo Stato. E’ inevitabile che setale norma passerà nessuno di noi avrà più lapossibilità di scelta; perché nei nostri supermercati troveremo solamente cibi sporcati dagli ogm, in maniera più o meno evidente. Questa imposizione avrà conseguenze non solamente per la nostra salute, messa a rischio, ma anche per la possibilità di ogni Popolo a determinare le proprie politiche agricole ed alimentari, le questioni del commercio, i prezzi, la sicurezza del cibo; ma scardinerà definitivamente anche i modelli agricoli alternativi. L’ingegneria genetica dei cibi ogm, imposta globalmente, rappresenta una sorta di dittatura alimentare che bisognafermare prima che essa avveleni la biodiversità e la naturalezza dei cibi. E’ inammissibile che le oligarchie economiche impongano al mondo le proprie sementi, coperte da brevetto, come la tecnologia cosiddetta “ Terminator GM" che rende sterili i semi delle piante cosicché dopo ogni raccolto, l’agricoltore deve rivolgersi al produttore di semi, la solita multinazionale, per acquistarli. E’ un incubo sociale, culturale, tecnologico che rende schiavi e succubi.
Il via libera della commissione Agricoltura del Parlamento europeo per l'introduzione negli alimenti biologici di una soglia di tolleranza della contaminazione da Ogm fino allo 0,9 è, dunque, un segnale preoccupante ma potrebbe anche rivelarsi un momento fondamentale per contrapporsi in maniera decisiva contro tale obbrobrio e contro le multinazionali alla conquista dei mercati agricoli mondiali. Sarà una battaglia molto difficile; ricordiamo che l’Europa è già stata condannata dal WTO per la suaopposizione ad importare dagli USA carne di vitelli gonfiati con gli ormoni. Gli stessi USA, insieme a Canada, Australia, hanno denunciato al WTO l’Europa perché impedisce la coltivazione, non l’importazione, di OGM sul territorio europeo, contravvenendo alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
E’ fondamentale vincere questa battaglia, dando priorità alla salvaguardia della salute dei cittadini, anziché agli interessi delle industrie. Bisogna resistere e respingere risolutamente gli ogm dalle nostre terre perché se entreranno non ne usciranno mai più. E’ una battaglia assoluta di libertà che bisogna vincere.
Marco Cottignoli, nato a Trieste nel 1968, è giornalista pubblicista e scrittore. Coordinatore regionale Friuli Venezia Giulia del Fronte Verde. Laureato in filosofia con specializzazione in tradizioni popolari. Nel 1988 vince il premio speciale nel concorso nazionale di poesia “Umberto Saba”; è presente nella relativa antologia “Venti poeti per Umberto Saba” (A.C. Exploit des Arts ed.); nel 1998 è finalista nella sezione silloge al Premio internazionale di Poesia “Golfo di Patti” ed è presente nella relativa antologia di poesia; una sua poesia è pubblicata nell’Agenda Poetica 1999 (Nicola Calabria ed.). Sta completando una ricerca sul campo delle tradizioni orali popolari a Trieste.

06/12/07

Noam Chomsky obiettivo: demistificare il linguaggio del potere

di Federico Zamboni


Fate conto che sia un processo.
Fate conto che voi siate membri della giuria (o della Corte, se vi sembra una veste più autorevole) e che alla fine, sulla base di ciò che avrete ascoltato, dobbiate emettere un verdetto. Come dovreste già sapere – ma è meglio ribadirlo – il vostro ruolo esige che sulle questioni che verranno affrontate non vi siate ancora formati un giudizio definitivo. O, almeno, che siate disposti ad accantonarlo.
In questo processo, l’uomo che siete chiamati ad ascoltare è un signore ormai anzian
o, che è nato il 7 dicembre 1928 a Filadelfia e che, grazie ai suoi studi accademici, si è imposto come uno dei massimi studiosi di linguistica. Eppure, la sua fama internazionale dipende solo in parte dai risultati ottenuti in questo campo, a cominciare dalla celebre e rivoluzionaria teoria della “grammatica generativa”. Ciò che lo rende così conosciuto è la sua attività nell’ambito della controinformazione, sono le osservazioni e le analisi che va svolgendo, fin dagli Anni Sessanta, nei confronti del sistema politico statunitense. Dove tanti altri si accontentano di lanciare invettive, esponendosi fatalmente all’accusa di fanatismo, Noam Chomsky procede all’insegna del raziocinio e della documentazione. Si sceglie un problema e lo esamina a fondo. Traccia un’ipotesi e ne verifica la fondatezza.
Acquisisce dati, li confronta, li scandaglia ripetutamente nel tentativo di scoprire che cosa possono, e che cosa non possono, dimostrare.
Come in un processo, come in un’arringa conclusiva, Noam Chomsky anticipa ciò che intende dimostrare e ci accompagna passo passo lungo il percorso che, nelle sue intenzioni, conduce alla verità. Non ha fretta. O non mostra di averla.
Dà l’idea di sapere perfettamente che una partita così complessa – come quella contro le oligarchie che a suo giudizio dominano gli Usa e che, attraverso gli Usa, tentano di dominare il mondo – non si può vincere in quattro e quattr’otto. Ci vuole molto tempo, molta pazienza. Bisogna essere consapevoli che la stragrande maggioranza delle persone ha subito, e subisce tuttora, l’incessante bombardamento dei media. E che, quindi, essa ha finito col perdere (con lo smarrire) gran parte delle proprie capacità di giudizio. Ivi inclusa la semplice, limpida, decisiva consapevolezza che un condizionamento c’è stato realmente, quando più quando meno.
Chomsky prova a invertire il processo. «Bene», sembra dire in via preliminare ogni volta che prende la parola nelle sue conferenze o nei suoi libri, «che cosa vi hanno raccontato su questo argomento? Vi hanno detto questo? E questo? E quest’altro? Bene. Adesso vedremo insieme che cosa c’è di vero. E che cosa c’è di falso». Da lì in poi è meglio spalancare le orecchie. E prestare attenzione sul serio. Quella che ci si trova ad affrontare, infatti, è un’autentica sfida alle nostre (presunte) certezze.
A tutto quello che sappiamo.
O che crediamo di sapere.
Solo per restare alla politica estera degli Stati Uniti, si va dall’
America Latina al Vietnam, dalla Guerra Fredda all’Indonesia, dal sostegno indiscriminato concesso da Washington a Israele (a proposito: Chomsky è un ebreo di origine russa) all’intervento armato nella ex Jugoslavia e all’invasione dell’Iraq. Ogni volta, avvalendosi anche della progressiva “declassificazione” dei documenti originariamente coperti dal segreto di Stato, si scava nelle posizioni ufficiali e se ne verifica il grado di correttezza e di attendibilità. Si evidenziano le contraddizioni, le menzogne deliberate, le manipolazioni di piccolo e di grande cabotaggio. Si riflette sul perché vicende in qualche modo analoghe – vedi l’uccisione, il 19 ottobre 1984, del prete cattolico Jerzy Popieluszko nella Polonia ancora filosovietica di Jaruzelski, e quella, il 24 marzo 1980, dell’arcivescovo Oscar Romero nell’El Salvador governato da una “giunta rivoluzionaria” filoamericana – siano state affrontate, e presentate alla pubblica opinione, in maniera del tutto diversa. Il filo conduttore è preciso: ci hanno mentito, ci hanno fuorviato, hanno tentato in tutti i modi di farci credere che le loro azioni fossero ispirate da convinzioni e finalità di carattere etico, laddove erano mosse soltanto, o prevalentemente, dal più bieco interesse. Ancora peggio: hanno cercato, e cercano tuttora, di farci credere che quelle occidentali, e in primis quella statunitense, siano società autenticamente democratiche, in cui la libertà di parola assicura un effettivo esercizio della sovranità popolare.
Cominciamo dai media, allora. La versione corrente è che i media, intesi come insieme degli organi di informazione, sono al servizio del pubblico. E quindi del popolo. Attraverso le notizie, e i relativi commenti, i cittadini hanno la possibilità di apprendere ciò che accade e di formarsi un proprio giudizio. Ergo, i media costituiscono l’architrave della democrazia. Facendo conoscere ciò che fanno i governi, e i partiti, e gli altri soggetti pubblici e privati che influiscono sull’organizzazione socio-economica, i media permettono a ciascun elettore di orientare le proprie scelte in modo consapevole. A conforto della teoria, ecco le dimostrazioni concrete: per citarne una sola, e per restare negli Usa, il celeberrimo “Watergate”, l’inchiesta condotta da due giornalisti della “Washington Post” che mise sotto accusa l’allora Presidente Richard Nixon e che, l’otto agosto 1974, quando ormai incombeva l’impeachment, portò addirittura alle sue dimissioni.
Falso, replica Chomsky. Che sulla questione è tornato innumerevoli volte. Dedicandole, tra l’altro, il lungo saggio “La fabbrica del consenso”. Al contrario di ciò che si sostiene di solito, i media non sono affatto al servizio del pubblico.
I media sono al servizio del potere. Il fatto stesso che siano imprese a fine di lucro, e che comunque non siano in grado di sostenersi con i soli incassi delle vendite, li costringe a sottostare ai condizionamenti, espliciti e impliciti, dell’establishment.
La parola d’ordine è stare al gioco, limitando le eventuali critiche ad aspetti specifici.
Mai e poi mai, invece, si devono andare ad attaccare i fondamenti del sistema, a partire dall’idea che lo scopo ultimo dell’esistenza sia guadagnare – e spendere – più denaro possibile. Per chi sta al gioco, ecco pronti gli enormi introiti della pubblicità. Per chi non ci sta, e pretende di aprire gli occhi alla gente, il rubinetto si chiude. Niente più inserzioni. Niente più ossigeno finanziario. E vediamo quanto resisti, con i tuoi soli mezzi. Proseguiamo, e concludiamo, con l’idea (con l’assioma) che popolazione e Stato siano un tutt’uno, così che gli interessi dell’una coincidano con quelli dell’altro. Il corollario è nitido: i governi, specie nelle iniziative di politica estera, vanno sostenuti in maniera pressoché indiscriminata, nel presupposto che i loro valori di riferimento siano i medesimi del popolo – e dunque della nazione, in senso antropologico prima ancora che statuale – e che le loro azioni abbiano come unico scopo il rafforzamento della collettività.
Vale a dire il (celebratissimo/abusatissimo) “pubblico bene”.
Retorica allo stato puro, controbatte Chomsky. Sul piano materiale, la distribuzione della ricchezza continua a essere caratterizzata dalla più palese iniquità. Su quello morale, la distanza tra la teoria e la pratica è abissale: mentre le dichiarazioni di principio sono invariabilmente nobilissime, così che le guerre non si fanno per ragioni economiche e/o geopolitiche ma per “esportare la democrazia”, i comportamenti reali sono nel segno del più assoluto cinismo. E talvolta, oltretutto, sfociano nella miopia o tout court nella stupidità: era così difficile, ad esempio, prevedere che armando e finanziando la guerriglia afgana in funzione antisovietica si sarebbero rafforzate a dismisura le fazioni dell’integralismo islamico?
Riassumiamo. Primo: i media non sono al servizio del popolo, ma dei potentati che controllano l’economia e, attraverso l’economia, la politica. Secondo: il governo statunitense non agisce affatto a favore del popolo americano nel suo complesso, ma solo a vantaggio di quella ristretta porzione che detiene i grandi e grandissimi capitali. Quello che si spaccia per democrazia, dunque, sarebbe solo un sistema oligarchico, ferocemente attaccato ai suoi privilegi e disposto a qualsiasi scorciatoia pur di riuscire nell’intento.

Posizioni durissime, come si vede. Talmente eterodosse, nel loro brutale rifiuto delle “verità” ufficiali, da prestarsi facilmente a ogni genere di contestazione. E persino di anatema. Ma, per tornare all’inizio, in un processo degno di tal nome la giustizia sommaria non è prevista: i capi di accusa non si possono ricusare in blocco, ma vanno smantellati singolarmente; le prove altrui si devono vagliare ad una ad una, entrando nel merito di ciascuna di esse e, sempre che se ne sia capaci, dimostrandone l’infondatezza. Che Chomsky non lo si condivida, in tutto o in parte, è perfettamente legittimo. Ma tacciarlo di antiamericanismo non basta. Chi ritenga di poterne confutare le tesi deve accettare di giocare sul suo stesso terreno: a forza di ragionamenti e a colpi di documentazione. Liquidarlo a priori può servire solo a regalarsi il tranquillante, o il narcotico, dell’indifferenza. Illudendosi che quel disprezzo faccia sì che nessun altro lo ascolti e gli dia credito, né ora né in futuro.
Chi se la sente, dunque, accetti la sfida. Considerando Chomsky, se non altro, alla stregua dell’avvocato del diavolo nei processi di beatificazione. Prima di santificare l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, e ancora più in particolare i suoi vertici politici ed economici, ci si misuri con tutte le eccezioni, macroscopiche e minuziose a un tempo, che vengono sollevate da quest’uomo intelligente e metodico. Quale che sia la decisione finale, non si potrà più fingere di non sapere quanto siano forti i dubbi ai quali rispondere. E quanto, dietro le luci abbaglianti del consumismo, siano vaste e insidiose le zone d’ombra nelle quali la Morale cede il passo al Potere.

Federico Zamboni
, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000. Prima su “Ideazione.com”, poi sui quotidiani “Linea”, di cui è stato caporedattore fino al maggio scorso, e “Il Secolo d’Italia” dove cura una rubrica del domenicale.

05/12/07

Intervista a Mario Tozzi

di Claudia Baccarani (City)

Il Nostro pianeta è così malato? E' peggio di quello che ci diciamo. Passiamo per allarmisti, ma in realtà siamo ottimisti. Per certi versi il punto di non ritorno è già stato superato: se oggi azzerassimo le emissioni di CO2, tra 50 anni la situazione sarebbe la stessa.
Bali dopo Kyoto: quali prospettive? Kyoto non ha risolto, ma ha avuto dei pregi: creare una legislazione internazionale sui temi dell'energia; parlare di riduzione di emissioni. Bali continuerà sulla stessa strada. Ma finchè ci saranno resistenze di Paesi come gli Usa, che non rinunciano al loro stile di vita, non si risolverà niente.
L'Italia aderisce a Kyoto, ma le emissioni sono cresciute... E' vero. Bisognerebbe riconvertire la nostra produzione di energia, ma l'unica logica è il profitto. Si sono persi dieci anni.
Si torna a parlare di nucleare. E' attuale? Se ci fosse il nucleare di quarta generazione, si. Ma quello che c'è oggi è già vecchio, non si è risolto il problema delle scorie e dei loro costi di smaltimento.
Cosa serve perchè cambi qualcosa? Un grosso trauma: un black out globale, l'esaurimento dell'energia a buon mercato, come sta già accadendo col petrolio. Oppure un incidente serio a una centrale nucleare o a un deposito di scorie...".
Mario Tozzi è geologo, ricercatore del Cnr e divulgatore scientifico in televisione.

01/12/07

La qualità ambientale delle città abruzzesi

di Maurizio Dionisio

Anche quest'anno con estrema puntualità la Regione Abruzzo, e con essa i capoluoghi abruzzesi, si sono trovati ad affrontare le "forche caudine" del rapporto annuale di Legambiente, ovvero "L'ecosistema urbano 2008" che rappresenta il punto di riferimento per calcolare la qualità ambientale delle città italiane.
Il risultato, manco a dirlo, è stato parzialmente catastrofico. Se Chieti, giusto per fare un esempio, nel 2003 si trovava al 7° posto nazionale per qualità dell'aria, oggi lo "scivolone" la colloca molto più in basso nella graduatoria. Lo stesso dicasi per gli altri capoluoghi, fortemente penalizzati nella loro classificazione di merito tra le città d'Italia.
La questione, pertanto, impone talune riflessioni. La prima di esse non può non riguardare l'assordante silenzio che ha accompagnato la diffusione del rapporto da parte degli amministratori regionali, provinciali e comunali i quali, tranne qualche isolata eccezione, sono di sinistra. Ovvero di quella parte politica che, almeno nei programmi elettorali, colloca la questione ambientale tra le priorità assolute dell’azione di governo. La seconda, invece, attiene all’incapacità di correggere gli errori di impostazione che hanno caratterizzato le politiche ambientali dell’Ente Regione. I Romani, dopo la lezione subita alle forche caudine da parte dei Sanniti, e conseguente grave umiliazione, decisero di apportare modifiche alla struttura della legione. Gli attuali amministratori abruzzesi, invece, rimangono attoniti ed indolenti come un pugile suonato che continua a prendere botte. E perché questo? Presto detto: il rapporto ecosistema urbano si basa sul sistema degli “indicatori locali”, giusta il quale si opera il confronto tra le prestazioni ambientali di 103 comuni italiani. Gli “indicatori” altro non sono che il frutto del monitoraggio eseguito sulle principali matrici come acqua, suolo, rifiuti ed altro. L’insieme degli indicatori rappresenta il dato numerico che viene elaborato nella sua complessità d’insieme per poi ottenere il risultato finale, ovvero la graduatoria alla quale si faceva cenno. Ma a chi spetta il rilevamento e l’elaborazione del dato? O meglio chi compie l’intervento analitico sul territorio? La risposta è abbastanza semplice: l’incombenza è tutta dell’ARTA; dell’Agenzia Regionale per la Tutela del Territorio della Regione Abruzzo.Ad una maggiore azione di monitoraggio, quindi, farà seguito una più ricca acquisizione di dati i quali, una volta elaborati - oltre a permettere una più idonea collocazione nella graduatoria – permetteranno ai decisori politici di stabilire le priorità di intervento oltre scongiurare l’insorgere di crisi irreversibili.
Purtuttavia l’Ente che ho diretto è presieduto nel corso dell’ultimo governo regionale di centro destra - l’ARTA, appunto - subisce un continuo depotenziamento che frustra i suoi dipendenti (in gran parte tecnici di valore e competenza, certamente non secondi a quelli delle altre realtà regionali) e sminuisce le potenzialità dell’agenzia.Non c’è giorno che non veda un taglio delle risorse, una diminuzione delle attrezzature o un non idoneo ricambio delle stesse, oltre ad una cieca politica di gestione del personale che invece di tendere alla stabilizzazione di quanti, avendo già acquisito un formidabile bagaglio esperenziale risultano oltremodo preziosi per la ricerca scientifica, auspica un ricambio attraverso procedure concorsuali aperte a tutti indistintamente. Che fine hanno fatto i rapporti sullo stato dell’ambiente o l’impronta ecologica delle città d’Abruzzo, oltre alle conferenze regionali ambientali, faticosamente prodotte ed elaborate tra il 2000 e il 2005? Con questo non voglio dire, si badi bene, che all’ARTA sono diventati tutti incapaci: chi ha preso il mio posto, dopo la vittoria di Del Turco, è persona dotata di grande sensibilità verso le problematiche ambientali ed i tecnici erano bravi allora e sono bravi oggi. E’ la regione che interpreta male il ruolo dell’Ente, che non può essere relegato alla mera attività laboratoristica, o intenderlo come un luogo dove portare qualche “provetta” di tanto in tanto. Se i soldi sono pochi, esistono altri modi per mettere un ente come l’ARTA in condizioni di agire al meglio: anche e soprattutto per l’utilità che ne trae l’intiera comunità abruzzese. La sinistra ha fallito. Toccherà a noi rimetterci le mani, per il bene di tutti, nel 2010, se non prima.
Maurizio Dionisio, nato a L'Aquila nel 1963, svolge la professione di avvocato cassazionista. Campione d'Italia, classe cadetti, di Rugby con la maglia dell'Aquila è stato nazionale italiano nella tourne in Galles nel ruolo di flankers. Alpinista e scialpinista ha all'attivo alcune ascensioni sul massiccio del Gran Sasso. Componente di C.d.A. di aziende municipalizzate aquilane, è stato, inoltre, Presidente del Consorzio per i Beni Culturali della Provincia di L'Aquila e, alla Regione Abruzzo, Presidente dell'Agenzia Regionale per la Tutela Ambientale e Assessore alla Cultura del comune di L'Aquila.