di Federico Zamboni
E’ scomparso tre anni fa, Tiziano Terzani.Il 28 luglio 2004. Come dicono i buddisti, che credono nella reincarnazione e che, quindi, pensano che lo spirito sopravviva alla morte fisica, “ha lasciato il suo corpo”. Sia come sia, lui si è comportato come se quell’idea non fosse un’ipotesi (una speranza) ma un dato di fatto. Sapendo di essere gravemente ammalato, ha usato il tempo che gli restava per prepararsi con cura a ciò che lo aspettava: dopo tanti e tanti anni in giro per il mondo – e soprattutto in giro per l’Asia, che ha raccontato prima nelle sue corrispondenze per Der Spiegel, e poi nei libri che lo hanno reso giustamente famoso, da “La porta proibita” a “Buonanotte signor Lenin”, da “Un indovino mi disse” all’ultimo, commovente “La fine è il mio inizio” – è tornato in Italia, in quella sua Toscana in cui era nato e cresciuto, e si è ritirato sulle colline del Pistoiese, in un posto isolato e tranquillo che si chiama “l’Orsigna”.
Aveva sessantasei anni, allora. E una gran barba bianca che lo rendeva fin troppo simile all’immagine popolare dei vecchi saggi. E una serenità che, un po’ paradossalmente, sembrava crescere via via che si avvicinava l’epilogo. E ancora – vecchia tempra di giornalista girovago, che scrive per raccontare agli altri qualcosa che prima ha voluto vedere, e raccontare, innanzitutto a se stesso – una gran voglia di riflettere sulle cose e di scandagliarle a fondo: perché sarà anche vero che in ultima analisi il mondo è illusione, ma in questa illusione c’è tanta di quella energia-partecipazione-meraviglia, tanto di quell’amore-odio-dolore, che non si può mica fare finta di nulla e liquidarlo così, d’un colpo, come se niente fosse. Sarebbe troppo. Sarebbe dogmatico. Sarebbe l’opposto della compassione: che mitiga il buddismo e ne rende più accettabile, più amichevole, la dura, sconcertante verità sulla natura illusoria tanto dei nostri successi quanto delle nostre sconfitte.
Terzani si è allontanato dal mondo e ora, quando ne osserva gli affanni, lo fa da una posizione defilata: ma non ha certo dimenticato la passione con cui egli stesso ha vissuto il suo tempo, sul duplice binario della vita personale e degli eventi collettivi. Nel momento in cui ripercorre la propria esistenza, parlando con suo figlio Folco nel lungo dialogo/monologo che è poi diventato “La fine è il mio inizio”, riesce simultaneamente a essere ben dentro le cose che rievoca – quanto serve per restituirne l’atmosfera, e i fremiti – e un tantino fuori da esse, quanto basta per non lasciarsi risucchiare nelle stesse correnti emotive, e negli stessi gorghi concettuali, che lo hanno avvinto in passato. Il caso esemplare, quasi il leit motiv di tutto il libro e, dunque, di tutta la sua vita, è il rapporto con l’ideologia comunista e con le sue manifestazioni storiche.
Da una parte il sogno: quello di un mondo senza più padroni che, in nome della ricchezza e della cupidigia, opprimono i poveri e li costringono a una vita di stenti, in cui la miseria materiale minaccia, e spesso compromette, anche la stessa dignità interiore. Dall’altra l’incubo: la “dittatura del proletariato” che si attorciglia su se stessa, diventando il formidabile architrave di un sistema di potere ancora più iniquo e spaventoso, tra tiranni sanguinari alla Stalin, Mao e Pol Pot, e burocrazie di partito che riducono gli ideali a dogmi e i princìpi di comportamento a vuote prescrizioni, tanto velleitarie quanto pressanti. La purezza rivoluzionaria che viene sistematicamente sostituita con la più squallida e pretestuosa ortodossia; e per chi non è d’accordo la sola alternativa che resta è tra il silenzio e la morte: quella fisica, nei massacri di massa o nelle esecuzioni (sparizioni) individuali, oppure quella civile, con la deportazione nei gulag di turno.Terzani non si nasconde. Viene da una famiglia povera ed è cresciuto nell’Italia del dopoguerra. Che ha demonizzato il fascismo, nonostante le sue origini socialiste e le sue straordinarie conquiste a favore dei lavoratori, e che ormai, come unica alternativa al liberalcapitalismo, ha soltanto le ideologie di matrice marxista.
Terzani è giovane, intelligente, ansioso di un miglioramento delle condizioni economiche e sociali di quei milioni e milioni di italiani che vivono in bilico tra la povertà e l’indigenza. Innumerevoli famiglie, come la sua, in cui i figli sono destinati a ricalcare le orme dei genitori. Non solo perché scarseggiano i soldi per proseguire gli studi, ma soprattutto perché è urgente che tutti, anche i ragazzi, contribuiscano al bilancio domestico. 
E benché lui sia stato fortunato – visto che l’insegnante di italiano delle medie convoca i suoi genitori e glielo dice chiaro e tondo: “Guardate. Dovete fare dei sacrifici. Lo dovete mandare al ginnasio” – la buona sorte personale non estingue la consapevolezza delle ingiustizie sociali.Terzani si laurea in legge, alla Normale di Pisa e con 110 e lode. Poi entra all’Olivetti, che a quel tempo era ancora lo straordinario tentativo di superare la classica dicotomia tra imprenditore e forza-lavoro. Per Adriano, il figlio del fondatore, il successo dell’azienda non deve beneficare solo i suoi proprietari, ma l’intero territorio, l’intera comunità, in cui essa opera.
Il contesto, coi suoi princìpi all’avanguardia, è certamente quanto di più favorevole si possa trovare in ambito industriale. Ma il problema non è l’ambiente.
Il problema è lui stesso. Che negli anni del liceo ha già sperimentato il fascino del giornalismo – piccole cronache sportive di eventi locali, ma più che sufficienti a sentirsi un po’ speciali, e a capire che, facendo parte della stampa, si può avere accesso a un osservatorio privilegiato su ciò che succede – e adesso ne avverte la mancanza.
Così, quando l’Olivetti lo spedisce in Sudafrica per provare ad aprire nuovi mercati, Terzani se ne va a scattare fotografie “in una certa stazione dove arrivavano a fiumane i neri ingaggiati nelle miniere d’oro”. La polizia interviene e lo costringe a lasciar perdere, sbattendolo in cella per una notte. Ma è solo un contrattempo. Già l’indomani, come stabilito, si svolge l’incontro col primo ministro, Hendrik F. Verwoerd. Come tutte le trattative d’affari, il colloquio dovrebbe restare riservato, ma la tentazione è troppo forte. Il tempo di tornare in Italia e quel che ha visto e sentito, ivi inclusa la conversazione con Verwoerd, finisce in una serie di articoli, corredati delle fotografie che è riuscito a salvare. Con sua enorme sorpresa, il settimanale L’Astrolabio glieli pubblica.“Fecero scalpore e fu per me un grosso successo. (...) No, non credevo ancora di potercela fare. Però fu allora che nacque l’ipotesi di rifarmi una verginità, per potermi ripresentare sul mercato con qualcosa che gli altri non avevano: il cinese. Chi sapeva il cinese allora?”. E’ il punto di svolta. Benché la vita di Tiziano Terzani appaia colma di coincidenze (ancor più di quanto accade di solito: e di quanto la maggior parte di noi si accorga) questa dello studio del cinese è davvero la circostanza decisiva. Quella che finirà col rendere possibile tutto il resto. Terzani – altra stranezza mica da poco – ottiene una specie di borsa di studio per recarsi negli Usa a spese della Harkness Foundation. L’intento sarebbe quello di “americanizzare” dei giovani europei di valore. Il risultato è che lui rimane delle sue idee, ma intanto può studiare il cinese alla Columbia University. E fare uno stage al New York Times. E allacciare un bel pò di contatti. Al rientrò in Italia, nel 1969, comincia a lavorare al Giorno di Milano: che va bene per il praticantato, e per la fatidica iscrizione all’albo dei professionisti, ma nulla di più. Lui vorrebbe fare il corrispondente da Pechino. Loro gli propongono Brescia. Ma dài. Terzani la chiude lì e prova a rivolgersi alla stampa estera. Niente da fare: da Le Monde al Manchester Guardian è un coro di no. Ma alla fine Der Spiegel accetta. 1500 marchi al mese e un contratto da collaboratore. La partenza avviene nel 1971, destinazione Singapore. Terzani segue la guerra del Vietnam, rimanendovi fino all’ultimo, fino alla caduta di Saigon. Dal 1975 al 1979 risiede a Hong Kong. Poi a Pechino. Ed è qui che il cambiamento interiore accelera, fino a trovare il suo sbocco. Amaro per un verso. Provvidenziale per l’altro. Di fronte al fallimento del maoismo, sono le stesse categorie marxiste a mostrare tutti i loro limiti. In nessun caso, in nome di nessuna ambizione egualitaria, si può pretendere di spazzare via ciò che di grande c’è stato nei secoli e nei millenni precedenti. La violenza iconoclasta della Rivoluzione culturale non è un caso. Non è un incidente di percorso. E’ l’esito, inevitabile, di un disegno delirante: quello di progettare a tavolino l’Uomo Nuovo, che pur di emanciparsi da tutto ciò che l’ha preceduto (tradizioni, cultura, religione) è disposto a cancellare le sue stesse origini.“Il ‘vecchio’ in Cina era bellissimo. (...) Ecco quello che Mao voleva distruggere perché diceva che incatenava il suo paese al passato! Ma questo ‘vecchio’ sono le radici della Cina; senza questo ‘vecchio’ la Cina non sarebbe più la Cina”. Nel 1984, dopo cinque anni di permanenza a Pechino, Terzani viene espulso. Con l’accusa, non esattamente imprevedibile, di “attività controrivoluzionaria”. E’ un finale spiacevole, ma largamente annunciato. 
Una conclusione che arriva al termine di innumerevoli contrasti e che forse, se lui non fosse il giornalista che è, con una vasta notorietà in diversi paesi del mondo, tra cui gli Stati Uniti, potrebbe avere un epilogo ben più drammatico. Così, invece, diventa l’occasione (la premessa) di una rinascita. Come la separazione definitiva da un amore ormai appassito, che con l’andare del tempo ha svelato i suoi abbagli.
I suoi inganni.Terzani riprende a viaggiare, su rotte più ampie e mutevoli. E un po’ per volta apre gli occhi su quello che finora gli era sfuggito, tenuto in ombra da una visione che era ancora troppo strutturata, troppo prevenuta, per aprirsi a qualcosa di pienamente nuovo. A poco a poco, scopre gli infiniti segnali di una spiritualità che in quei luoghi e tra quei popoli – sia pure tra mille contraddizioni, moltiplicate dalla modernità e dal consumismo – è ancora viva e vibrante. Un’altra Asia. Un’altra, e ben più convincente, possibilità.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000. Prima su “Ideazione.com”, poi sui quotidiani “Linea”, di cui è stato caporedattore fino al maggio scorso, e “Il Secolo d’Italia” dove cura una rubrica del domenicale.